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“Enoc camminò con Dio; poi scomparve, perché Dio lo prese”

(Genesi 5:24)

Di seguito la prima parte di un sermone del predicatore inglese George Whitefield, interessante ed edificante perché ci fa capire cosa significa camminare con Dio.

Molte sono le scuse e i ragionamenti che gli uomini dal cuore corrotto usano spesso per giustificare la loro disubbidienza ai giusti e santi comandamenti di Dio.
Ma, forse, una delle obiezioni più comuni che essi fanno è che i comandamenti del nostro Signore non sono praticabili, perché contrari a carne e sangue; e perciò, Egli è visto come “un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso”.
Vediamo che questi erano i sentimenti che erano nel servitore malvagio e indolente menzionato nel capitolo 25 di Matteo; e sono senza dubbio gli stessi che animano molti nella presente generazione.
Avendo previsto ciò, lo Spirito Santo ispirò gli uomini devoti del passato a narrare esempi di molti uomini e donne sante che, anche sotto la legge dell’Antico Testamento, portarono con gioia il giogo di Cristo, e reputarono il servizio per Lui perfetta libertà.
Il vasto elenco di santi, credenti, e martiri, che si trova nell’undicesimo capitolo dell’epistola agli Ebrei, evidenzia largamente la verità di questa osservazione. Che gran numero di testimoni ci è posto davanti agli occhi! Tutti noti per la loro fede, ma alcuni risplendono di una luce maggiore di altri.
Il proto-martire Abele capeggia l’elenco. E dopo di lui troviamo menzionato Enoc, non solo perché seguiva al primo in ordine di tempo, ma anche per la sua gran devozione; nelle parole del testo si parla di lui in maniera davvero straordinaria. Abbiamo qui un breve ma completo e glorioso resoconto, sia del suo comportamento in questo mondo, che dell’entrata trionfante che fece in quello futuro. Il primo è contenuto in queste parole: “Enoc camminò con Dio”. Il secondo in queste: “poi scomparve, perché Dio lo prese”. Scomparve, cioè non fu più trovato; non fu portato via nel modo ordinario, non vide la morte, poiché Dio lo aveva portato via (cfr. Ebrei 11:5).
Non ci è detto chiaramente chi fosse questo Enoc. Suppongo, una persona come Noè, un predicatore di giustizia. E, se facciamo riferimento a quanto scrive l’apostolo Giuda, Enoc era un predicatore ardente. Infatti viene citata una delle sue profezie, dove dice: “Ecco, il Signore è venuto con le sue sante miriadi, per far giudizio contro tutti e per convincere tutti gli empi di tutte le opere d’empietà che hanno commesso empiamente e di tutte le parole offensive che gli empi peccatori hanno proferito contro di lui” (Giuda 14-15).
Ma che sia stata una persona di carattere pubblico come Noè, o privato, una nobile testimonianza di lui è data negli oracoli viventi. L’autore dell’epistola agli Ebrei dice che prima che Enoc fosse trasportato in cielo, “ricevette la testimonianza che era piaciuto a Dio”; e il suo trasferimento in cielo ne fu la conferma inequivocabile.
E vorrei osservare che fu meravigliosa saggezza da parte di Dio l’aver trasferito Enoc e Elia sotto la legge dell’Antico Testamento, cosicché in seguito quando sarebbe stato asserito che il Signore Gesù sarebbe stato trasferito in cielo, non sarebbe sembrato qualcosa di del tutto incredibile per gli Ebrei, dal momento che essi stessi confessavano che due dei loro profeti erano stati trasferiti diverse centinaia di anni prima. Ma non è mia intenzione trattenervi ulteriormente facendo ipotesi o osservazioni sul piccolo ma completo resoconto del carattere di Enoc; ciò di cui desidero discutere, con l’aiuto del Signore, è un argomento serio e molto importante: CAMMINARE CON DIO. “Enoc camminò con Dio”. Se questo potrà essere detto di te e di me dopo la nostra morte, non avremo motivo di lamentarci di aver vissuto invano.
Innanzi tutto, cercherò di spiegare il significato delle parole: “camminare con Dio”; o, in altre parole, cosa significa CAMMINARE CON DIO.

Camminare con Dio implica che la predominante forza di inimicizia del cuore dell’uomo sia vinta dallo Spirito benedetto di Dio

Forse può sembrare un “parlare duro” ad alcuni, ma la nostra esperienza ci prova ogni giorno quello che la Scrittura asserisce in molti passi, che la mente carnale, la mente dell’uomo naturale, inconvertito, o la mente dell’uomo rigenerato a seconda di quanto di lui resta non rinnovato, è inimicizia, non soltanto un nemico, ma l’inimicizia stessa, contro Dio; e dunque non è soggetta alla legge di Dio, e neppure può esserlo (cfr. Romani 8:5-9; Giacomo 4:4; etc.).
Certo, ci si può meravigliare che una creatura, specialmente l’uomo, che è fatto a immagine del proprio Creatore, abbia una predominante inimicizia contro lo stesso Dio in cui egli “vive, si muove, ed è”. Ma, ahimè, è così. I nostri progenitori hanno contratto quell’inimicizia mangiando il frutto proibito, e il contagio amaro e maligno è disceso e si è ampiamente diffuso in tutta la loro posterità. Questa inimicizia si rivelò per la prima volta quando Adamo cercò di nascondersi da Dio negli alberi del giardino dell’Eden.
Quando ebbe sentito la voce del Signore Iddio, invece di correre a Lui con cuore aperto dicendo: “Eccomi, sono qui”, ora non voleva più comunione con Dio; e quell’inimicizia si rivelò ancor più chiaramente quando in seguito per scusarsi davanti all’Altissimo disse: “La donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato” (Genesi 3:12). Dicendo così, egli in effetti dà tutta la colpa a Dio; è come se avesse detto: “Se Tu non mi avessi dato questa donna, non avrei peccato contro di Te, perciò la colpa della mia trasgressione è Tua”. Nello stesso modo questa inimicizia opera nei cuori degli uomini, figli di Adamo. Ogni tanto essi trovano qualche motivo per accusare Dio, e per dirgli: “Che cosa fai?”. Il suo comando è come quello degli Assiri verso Acab: colpire solo il Re. E si accanisce contro ogni cosa che ha l’aspetto della vera devozione, come gli Assiri colpirono Ieosafat nelle sue vesti reali. Ma l’opposizione cessa quando si accorge che è solo apparenza, come gli Assiri abbandonarono l’idea di colpire Ieosafat quando si avvidero che l’uomo che stavano per colpire non era Acab.
Questa inimicizia si rivelò in Caino; egli odiò e uccise suo fratello Abele, perché Abele amava il suo Dio, ed era da Lui particolarmente favorito. E questa stessa inimicizia domina e prevale in ogni uomo in quanto discendenza di Adamo. Da qui deriva l’avversione alla preghiera e ai santi doveri, che troviamo nei bambini, e molto spesso negli adulti, nonostante siano stati benedetti con una educazione religiosa. E tutto quel peccare apertamente e l’empietà, che come un diluvio hanno inondato il mondo, sono solo tanti fiumi che scorrono dall’acqua mortale e contagiosa della stessa fontana; intendo l’inimicizia del cuore disperatamente malvagio e ingannevole dell’uomo. Chi non riesce ad accettare queste cose, non conosce ancora nulla, riguardo alla salvezza, delle Sacre Scritture, o della potenza di Dio. E tutti coloro che riconoscono queste cose, ammetteranno prontamente che prima che si possa dire che una persona cammini con Dio, la potenza predominante di questa inimicizia nel cuore deve essere distrutta; poiché due persone non possono parlare e stare insieme in compagnia, se hanno una inconciliabile inimicizia e odio l’uno contro l’altro. Dunque, la potenza predominante di questa inimicizia deve essere portata via; poiché la sua presenza dentro di noi non sarà mai rimossa del tutto, fino al giorno in cui abbasseremo il capo e renderemo lo spirito. L’apostolo Paolo dice di sé stesso, quando non era più un Fariseo, ma un vero Cristiano: “quando voglio fare il bene, il male si trova in me” (Romani 7:21); cioè, non nel senso che il male abbia dominio su di lui, ma che esso si oppone e resiste alle sue buone intenzioni e azioni, cosicché egli non può fare le cose che vorrebbe, con la perfezione che desidera l’uomo interiore. Questo è ciò che egli definisce “il peccato che abita in me” (verso 20). Per usare le parole del nono articolo della nostra chiesa, è per questo che alcuni esprimono la saggezza, altri la sensualità, alcuni l’affettazione, altri il desiderio della carne, che rimangono in coloro che sono rigenerati. Ma per quel che riguarda la sua potenza predominante, essa è distrutta in ogni anima che è veramente nata da Dio, e gradualmente si affievolisce sempre di più a mano a mano che il credente cresce nella grazia, e lo Spirito di Dio prende sempre di più posto nel suo cuore.

Camminare con Dio implica che una persona è riconciliata con Dio

Camminare con Dio non implica soltanto che la potenza predominante dell’inimicizia del cuore dell’uomo sia portata via, ma anche che una persona è riconciliata a Dio il Padre per e attraverso la giustizia e l’espiazione perfettamente sufficienti del Suo caro Figlio Gesù.
“Possono due camminare insieme se prima non si sono messi d’accordo?” (Amos 3:3). Gesù è la nostra pace e colui che ci dona la pace. Quando siamo giustificati per la fede in Cristo, allora, e solo allora, abbiamo pace con Dio; e di conseguenza non è possibile affermare di camminare con Lui prima di allora, in quanto camminare con una persona è segno di un certo grado di amicizia o comunione. Questo è il grande messaggio che i ministri del Vangelo sono chiamati a proclamare. A noi è dato il ministero della riconciliazione; come ambasciatori di Dio, dobbiamo supplicare i peccatori, in nome di Cristo, di essere riconciliati con Dio; e quando essi accettano il grazioso invito, e per fede sono realmente riconciliati con Dio, allora, e non prima, si può ardire di affermare che si è iniziato a camminare con Dio.

Camminare con Dio implica una determinata e costante presenza e comunione con Dio

Inoltre, camminare con Dio implica una determinata e costante presenza e comunione con Dio, quello che nella Scrittura è chiamato “lo Spirito Santo che abita in noi”.
Questo è ciò che il Signore ha promesso quando ha detto ai Suoi discepoli che lo Spirito Santo sarà con loro per sempre (cfr. Giovanni 14:16); non per essere come uomini erranti, come se fosse solo per una notte, ma per risiedere e abitare nei loro cuori. Questo, credo, è quello che l’apostolo Giovanni vuole farci capire quando dice che i credenti devono dimorare in Cristo e camminare come camminò Lui (cfr. 1 Giovanni 2:6). E questo in particolare è il significato del nostro testo. “Enoc camminò con Dio”, cioè, perseverò e mantenne un cammino e una comunione santa, ferma, costante, anche se non completamente ininterrotta con Dio, attraverso e in Cristo Gesù. Così, riassumendo quanto detto fino ad ora, CAMMINARE CON DIO consiste particolarmente nel piegare la propria volontà per Dio, in una costante dipendenza sulla Sua potenza e promessa, in un’abituale e volontaria dedicazione di tutto il nostro essere alla Sua gloria, tenendo sempre i nostri occhi sui Suoi precetti in tutto quello che facciamo, e in un’abituale compiacenza nella Sua gioia in tutto quello che siamo chiamati a soffrire.

CAMMINARE CON DIO implica che noi progrediamo e andiamo avanti nella vita divina

Il termine “camminare” sembra presupporre un moto progressivo. Una persona che cammina, anche se si muove lentamente, va avanti, non resta nello stesso luogo. E così è con quelli che camminano con Dio. Essi vanno avanti, come dice il Salmista, “di forza in forza”; o, per dirla con le parole dell’apostolo Paolo, “di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito” (2 Corinzi 3:18). Infatti, in un certo senso, la vita divina non ammette né aumenti né diminuzioni. Quando un’anima è nata da Dio, è in tutto e per tutto un figlio di Dio; e anche se vivesse per un numero di anni pari a quelli di Methuselah, sarebbe lo stesso un figlio di Dio come tutti gli altri. Ma in un altro senso, la vita divina ammette decadimenti e aggiunte. È qui che il popolo di Dio è accusato di cadere e di perdere il suo primo amore. Ed è qui che sentiamo parlare di “bambini”, “giovani”, e “padri” in Cristo (cfr. 1 Giovanni 2:12-14). E per questo motivo l’apostolo esorta Timoteo, “affinché il tuo progresso sia manifesto a tutti” (1 Timoteo 4:15). E quello che qui viene chiesto a Timoteo in particolare, viene chiesto da Pietro a tutti i Cristiani in generale: “ma crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” (2 Pietro 3:18). Poiché la nuova creatura deve crescere in statura spirituale; e sebbene una persona può diventare una nuova creatura, ce ne sono alcune più conformi all’immagine divina rispetto ad altri, e dopo la morte sarà loro dato un grado maggiore di benedizione. Per non aver osservato questa distinzione, anche alcune anime pie che hanno più cuore che testa, (come pure gli uomini dalla mente corrotta, reprobi in quanto alla fede) sono finiti senza accorgersene nelle dottrine Antinomiane, che negano tutta la crescita della grazia nei credenti, e ogni segno di grazia posto sulle Scritture della verità. Da tali princìpi, e specialmente dalle pratiche che seguono dall’applicare tali principi, possa il Signore dei signori liberarci!

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